Quando, camminando per le strade della mia città, incontro persone in evidente disagio provenienti da altri paesi, mi domando:” Cosa farei io nei loro panni, se fossi al loro posto, in un paese straniero?”.
La risposta non è per niente facile e scontata!
Il primo bisogno che avrei, non è certo quello di risolvere il problema del cibo, ma incontrare gli sguardi dei residenti del luogo. Sguardi che esprimono non diffidenza o peggio ancora ostilità, ma piuttosto disponibilità all’incontro e magari anche un pizzico di curiosità e benevolenza.
Se cosi fosse, credo che riuscirei a superare agevolmente anche i disagi conseguenti alla mancanza di un lavoro, all’assenza di una fissa dimora e di una regolare alimentazione.
Avrei bisogno anche che qualche persona di buona volontà, ogni tanto si avvicinasse e scambiasse qualche parola con me, facendomi domande sul mio paese d’origine e sui motivi che mi hanno indotto ad abbandonarlo.
Sarebbe il massimo se fosse così sensibile da chiedermi quali affetti ho lasciato e quando spero di ritornare.
Se poi mi chiedessero quali maggiori disagi sto vivendo e se in qualche modo possono aiutarmi, anche se in parte, a superarli, sarebbero mostri d’umanità e mi aiuterebbero certamente ad avere più fiducia nel futuro e a guardare il mondo con altri occhi.
Resterei comunque da solo ad affrontare tutti i miei problemi di integrazione sociale e di inserimento nel mondo del lavoro, ma con persone che si comportano in questo modo l’esperienza della permanenza in un paese lontano, sarebbe sicuramente più sopportabile.
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